Il blocco della scrittrice/“Barton Fink”

Cara Cinema Fermo Posta,
la settima arte offre consolazione a chi sogna di scrivere il Grande Romanzo Italiano ma ha paura di fallire ancora prima di cominciare? Qualcuno che, anzi, ha pure iniziato, ma vive ogni pagina come la prima volta – il primo terrore il primo abisso il primo salto nel vuoto – e a ogni riga si sente più vicina al Trapasso? Trapasso che, però, avverrà solo a opera compiuta – quando si rileggerà e deciderà che, non sia mai qualcuno la legga, è meglio farla finita! – e quindi troppo lontano nel tempo? Ti prego, risparmiami “8½”: c’ho provato da sola e il confronto col Genio me fa sentire pure peggio.

Con amore e dolore, tua

XXX

Cara XXX,
ti sento preoccupata e mi dispiace. Devo anche ammettere che questa tua preoccupazione mi fa molto ridere – specie per la declinazione melodrammatica del tuo racconto – ma è anche comprensibile, nonché comune. Il blocco dello scrittore – o nel tuo caso della scrittrice – è un fatto che prima o dopo ogni persona che scrive ha incontrato, e che può mettere il terrore addosso, specie se, abitualmente, non si hanno problemi a lasciar fuoriuscire fiumi di parole e perciò si ha la passione della scrittura. Sospetto che tu appartenga a questa categoria, non è che ti manchino argomenti di sostanza né tantomeno la forma, ma da quando ti sei messa in testa di scrivere questo Grande Romanzo – togliamo almeno “Italiano” – qualunque cosa osi solo ipotizzare di buttar giù su carta ti sembra una scemenza. E probabilmente lo è, no, sto scherzando, ma certo lo è rispetto a una qualsivoglia opera di Fellini, voglio dire, amica mia, non mi puoi interrogare Fellini su una faccenda del genere, quello era un genio pazzo che, per quanto per l’appunto in “8½”abbia saputo raccontare la sua crisi creativa, se tu cerchi aiuto non va bene, ti confonde le idee e basta (scusami Federico, scusami Maestro). No, ti dico io chi ti aiuta invece: i fratelli Coen, con quel gioiellino del 1991 che è “Barton Fink”, diretto da Joel e scritto da lui con Ethan. Io mi chiedo sempre perché, tra i film di questo famosissimo duo, di questo si parli così poco, in giro: o sono io che frequento gente scema? Beh, comunque: è un capolavoro! Uno degli apici della loro carriera. E – per quanto non nel senso della pazzia di Fellini – è anche uno dei film a livello più alto di follia, tra quelli dei Coen e non solo. Categoria: film mattissimo! Sono i miei preferiti. Forse coerentemente, “Barton Fink” si è aggiudicato una Palma d’oro a Cannes, oltre ai premi a John Turturro come miglior attore e a Joel Coen come miglior regista, mentre è stato un vero disastro al botteghino, incassando molto meno del suo costo. Però è valso tutto il budget, credi a me! Ma veniamo al motivo per cui prescrivo questo film proprio a te. Barton (Turturro), il protagonista, è uno scrittore che ha avuto grande successo con una commedia a Broadway e accetta di firmare un contratto per la scrittura di un film a Hollywood. Si trasferisce a Los Angeles nello squallido e inquietante Hotel Earle per mettersi a scrivere e… piomba per l’appunto nell’abisso del blocco dello scrittore. Mentre sperimenta questa crisi, fa amicizia con Charlie Meadows – forse il ruolo più bello di John Goodman in assoluto – un venditore di assicurazioni gioviale e ciarliero. Barton crede di individuare in Charlie “l’uomo comune”, e qua sta una delle più belle riflessioni, e prese per il culo, del film: l’intellettuale che vuol scrivere di “persone ordinarie” – e infatti nelle sue prime righe infila i pescivendoli (“fishmongers”) – ma non ne è assolutamente capace, la suddivisione superficiale e miope tra cultura “alta” e “bassa”, il distacco dal mondo in cui può sprofondare un artista. Questo distacco – spero questa serva da dritta per te – contribuisce al suo blocco, tanto che riprenderà a scrivere in seguito allo scontro traumatico con la realtà. Ma non pensare sia tutto qui, anzi solo a scriverti questo già mi pare di aver semplificato troppo, invece siamo in presenza di un film misterioso, fumoso, oscuro, che lascia molto all’interpretazione di chi guarda. Adoro quando succede, naturalmente quando questo tipo di operazione riesce, e non si è solo in presenza di una trama vaga. In “Barton Fink” nulla è vago o casuale, ogni cosa, dalle luci, ai colori, alle inquadrature è là per farti entrare nella testa del protagonista e nell’atmosfera. Peraltro a detta degli stessi Coen una delle ispirazioni per “Barton Fink” è stato “Repulsion” (1965), forse il mio Polanski preferito, che per qualche motivo sento potrebbe essere un altro film profondamente nelle tue corde. Ma poi c’è proprio la cifra tipica dei Coen quando sono al loro meglio, quel grottesco, quell’ironia, quella ferocia veicolate sempre con quel loro stile unico. Inutile che ti dica che si tratta anche di un film molto letterario, e che proprio mentre lo scrivevano Joel ed Ethan stavano sperimentando loro stessi il blocco dello scrittore rispetto alla sceneggiatura di quell’altra meraviglia di “Crocevia della morte” (“Miller’s Crossing”, 1990). Penso di averti dato abbastanza motivi per guardarti “Barton Fink” al più presto, se non bastassero ti dico pure che nel cast figurano anche Judy Davis, Steve Buscemi e Tony Shalhoub, l’adorato detective ipocondriaco Monk della tv (nonché padre di Midge in “The Marvelous Mrs. Maisel”). Beh, cara XXX, credo davvero che la mia cura sia tanto potente da darti una scossa, farti saltare sulla sedia, scoppiare a ridere e a momenti le due cose assieme… poi forse ti metterai a scrivere! Ma questo me lo racconterai tu se vorrai farti risentire.

Ti abbraccio, tua

Cinema Fermo Posta


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