Voglio diventare una straightedge/“Topper”

Ciao CFP,
forse è perché ero una bambina mistica (parlavo con Cristo), forse sono gli anni che galoppano, forse è che mia mamma è un medico che fa la vita di un monaco medievale, forse è che mi sono laureata su quel palo in culo di Wittgenstein che andava avanti a uova sode, ma quest’anno la mia fascinazione per gli straightedge ha avuto una recrudescenza pesante. Dobbiamo dirci che anche se ho buttato via il tabacco ho fumato per un bel po’ (marinandomi in terribili sensi di colpa) e prima di due anni fa ho sempre bevuto come un marinaio. Quindi di certo ammiro gli straightedge anche perché fanno quello che io non riesco a fare: stare lontani dalle sostanze intossicanti, direbbe il Budda. Ecco, a me negli ultimi anni sta ancora più simpatico il Budda degli straightedge. Una volta sono andata a un raduno di hare krishna. Il tizio capo, non so come si chiami nella loro religione, mi ha detto che per entrare non si può bere né fumare e io ho pensato: ah allora niente non sarò mai hare krishna. Capito? Mi ha fatto più impressione questo che l’idea di non scopare fuori dal matrimonio. Dopo un po’ ho ripensato a questa mia reazione e mi sono detta: ma come sono messa? Mi sta sul cazzo avere delle dipendenze. Mi sta sul cazzo essere dipendente. Ma è possibile non essere dipendenti? (Ecco, qui se senti la sirena che segnala la paraculaggine hai ragione). Come lo vediamo il percorso verso la libertà, una scala che porta all’atarassia? Anche se so che se qualcuno mi mettesse davanti una vasca di Pastis mi tufferei immediatamente? (Le sbronze di Pastis sono tra quelle che consiglio di più. Ti fanno sentire il cervello in un’ovatta meravigliosa. Bisogna prendersele d’estate e avere l’OKI sul comodino il giorno dopo). Se riesco a bere tanto di meno e non fumare più riuscirò a essere ancora divertente ogni tanto? Consigliami un film, ciao, grazie. (Non coffee and cigarettes che ricomincio a fumare).

Ciao,

Aspirante Santa Caterina

Cara Aspirante Santa mia omonima,
ti sento molto, molto vicina e ti ringrazio per questa tua lettera, che, oltre ad avermi fatta ridere un sacco, mi dà modo di trattare un tema che mi sta molto a cuore. Prima di tutto ti voglio dire che, dai vent’anni e qualcosa di età in avanti, anch’io ho sempre bevuto come un marinaio – mi piace molto questa espressione e te la ruberò – a fini rigorosamente di piacere e per raggiungere la gradevole condizione di brilla, quasi mai fino al malore o allo stordimento: s’impara presto a fermarsi prima, e poi le transaminasi si allenano. Inoltre dai quindici ai trent’anni ho fumato, poi ho smesso fino ai quarantuno, quindi, negli ultimi quattro anni, ho intrapreso la strada insidiosa e faticosissima dello scrocco occasionale serale e dell’altrettanto occasionale tabacco nascosto, consumato in piccola parte e poi regalato o gettato via nella consapevolezza del mattino, fino al raptus successivo scatenato da un bicchiere di vino nel momento sbagliato. Di tutto questo – soprattutto del vino in realtà – non sono pentita, ma da qualche tempo il mio corpo mi ha intimato di darmi una bella regolata. Troppe volte mi sono svegliata con un mal di testa e un generale malessere di cui non potevo incolpare che me stessa, anche se la sera prima ero stata felice negli stravizi: perché il problema – come avrai capito anche tu, anche se sei più giovane di me – con l’avanzare dell’età, non si presenta mai sul momento, ma con i postumi. Tutto questo per dire che ti capisco bene quando dici di ammirare gli straightedge, che dalle sostanze tossiche, anche quelle più piacevoli, si tengono lontani costantemente. Quando cominci, cinque giorni su sette, una routine sobria, ricca di tisane e verdure, con una certa attenzione al sonno, insomma, quando conduci per qualche mese di fila una vita sana, anche senza esagerare con le cautele… cominci a stare benissimo e ti dici: avranno ragione loro? Però, attenzione. Ora, io non so se tu ci abbia mai provato, ma vai oltre questa ragionevole, e parziale, astinenza, négati completamente l’alcol e a quel punto, beh, già che ci sei, indaga quali altri alimenti potresti evitare di consumare per non intossicarti, il caffè, per esempio – non saremo mica matti, il caffè? – e leggiti qualche bell’articolo salutista, qualche studio di correlazione pescato a caso tra i milioni che ormai escono – mangiare meno sale ti toglie lo 0,2% di probabilità di crepare prima degli 80 (l’ho inventato adesso, non mi tormentate col fact checking). Concentrati davvero su questo, imposta la tua vita su come influire su quelle piccole, risibili percentuali di controllo che hai sul non morire. Beh… sul non morire prematuramente. Poi fammi sapere come va. A me è andata malissimo: il benessere ha smesso di crescere e si è prepotentemente risvegliata quella parte di me che ha bisogno di sciuparsi, almeno un po’, per sentirsi viva. Tanto ci pensa soprattutto il tempo a deteriorarci e poi, spoiler, moriremo, per cui, Santa-Cate-to-be, ti prego, non ti preoccupare troppo. Ti direi di trovare un equilibrio tra il bisogno di farsi un pochino del male e quello di trattare il proprio corpo con i guanti ma anche questo tipo di consiglio, goditela ma non troppo, mi suona odioso, così come il cosiddetto “divertimento sano”: Gesù. Oltretutto, altro punto che val la pena toccare, oggi va di moda, anche in senso politico e ambientalista, in campo alimentare e non solo, l’ortodossia, questa deplorevole esaltazione della virtù di esser rigorosi con sé stessi, la quale, per me, devo dirtelo, nelle persone è sempre un brutto segno: se non ti perdoni nulla, ti sai imporre la privazione, fai così bene i tuoi conti, sei preciso… non potrai mai essere generoso con chicchessia. L’ortodossia è incompatibile con gli slanci di umanità e, senza quelli, non si combina niente di buono. E allora? Mi dirai tu. Allora ti dico solo di cercare di godertela così tanto che col tempo, per forza, dovrai fare qualche rinuncia, ma perché altrimenti sarebbe autodistruzione, ci sarebbe più fastidio, o addirittura dolore, che divertimento. Il piacere deve essere molto superiore al fastidio. Però, per favore, non mi prendere la strada dell’atarassia: certamente altri te la consiglieranno, ma se chiedi a me, beh, stanne ben lontana, non ne vale la pena. Quando hai nominato il tuo tentativo con gli hare krishna ho subito pensato ad “Hannah e le sue sorelle”, uno dei più bei film di Woody in cui si enuncia una filosofia di vita che non posso che sposare appieno, ma il film perfetto come prescrizione per te è un altro, tocca tornare alla screwball comedy, declinata curiosamente al soprannaturale. Sto parlando di “Topper” (in italiano “La via dell’impossibile”) di Norman Z. McLeod, del 1937. Scritta da Jack Jevne, Eric Hatch ed Eddie Moran e basata sull’omonimo romanzo di Thorne Smith del 1926, questa commedia vede – se si eccettua una breve parentesi da vivi all’inizio del film – Constance Bennett e un Cary Grant all’inizio della sua carriera nel ruolo di due fantasmi, i coniugi Marion e George Kerby. Sono i due fantasmi più allegri, belli ed eleganti del mondo: in vita, non facevano che andare alle feste, bere, fumare e divertirsi. Una volta deceduti in un incidente d’auto, dovuto alla guida spericolata di George, i Kerby si ritrovano nell’incresciosa situazione di non essere destinati né al paradiso, né all’inferno: a quanto pare, un’entità superiore ha giudicato che, in vita loro, non hanno fatto mai né del male, né del bene. Se la sono solo goduta! La strada per il paradiso si aprirebbe per loro se si dedicassero, almeno, a una piccola buona azione, e quella che si scelgono è di insegnare al vecchio amico Cosmo Topper (Roland Young), un direttore di banca represso, a vivere con maggior leggerezza e gioia la sua vita. Gli insegneranno a bere champagne – “Forse avevo bisogno di un drink in tutti questi anni e non lo sapevo!”, osserverà lui – a ballare e a lasciarsi andare un po’, e così facendo salveranno anche il suo rapporto con la moglie Clara (Billie Burke), apparentemente rigida e severa, ma in fondo anche lei in cerca di divertimento. Cara Santa Cate, le gag legate alla comparsa e scomparsa dei due fantasmi sono un po’ datate, ma le battute e la simpatia di Constance Bennett e Cary Grant sono ancora valide, e soprattutto vale la pena che tu guardi “Topper” per convincerti che magari non è il caso di bere così tanto da andare a schiantarsi con la macchina, ma un po’ dello spirito di Marion e George farebbe bene a farlo suo chiunque, figuriamoci tu che nuoteresti nel Pastis!

Un abbraccio e fammi sapere, tua

Cinema Fermo Posta


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