Un peso costante/“Cabaret”

Cara Cinema Fermo Posta,
come stai? Spero meglio di me e che potrai aiutarmi. Non hai l’impressione anche tu di vivere costantemente schiacciata dal peso dell’attualità e della storia orribile che si sta scrivendo sotto i nostri occhi? Io ormai vivo con l’angoscia di aprire un social a caso ed essere travolta dal brutto, dall’aggressività, dalla violenza e dalla stupidità. E tu mi dirai, giustamente, “molla il telefono e esci!”, ma purtroppo i luoghi e le occasioni per socializzare e parlarsi nel mondo fisico sono sempre meno, o addirittura inesistenti a meno che tu non paghi per un aperitivo o una cena in luoghi quasi sempre assediati dalla pessima musica e dalla confusione. Ti scrivo da una città della provincia lombarda profonda e abbrutita, dove a fare da collettore dei bisogni di incontro e condivisione restano solo una libreria e poco altro; i luoghi aperti e gratuiti, come le piazze abitabili (hai notato che le panchine non esistono più?) e i giardini pubblici, e quelli alla portata di tutti come le associazioni culturali, vivono sotto lo scacco di amministrazioni pubbliche sempre meno interessate a favorire la socializzazione, l’aggregazione e il confronto. Consigliami qualcosa per ritrovare un po’ di questo spirito e anche un po’ di fiducia. Ne ho bisogno, grazie!

Stefania

Carissima Stefania, 
che seguo sempre su Controra, siete in diversi a scrivermi del sentimento di oppressione causato da questi tempi. Non posso darvi torto, lo sento anch’io, a tratti, del resto sono cresciuta, sono diventata adulta e poi ho cominciato – ah ah – a invecchiare in un mondo le cui condizioni sono, lentamente e costantemente, peggiorate. Anche in questa parte fortunata del pianeta, la vita si è fatta via via più difficile, quando non per noi, per un nostro vicino, per un amico, poi per il cinema di quartiere, per le librerie cittadine, per le piazze, per la ricerca scientifica, per la scuola, per tutti gli artisti, per intere categorie di lavoratori, di persone, e potrei continuare a lungo, fino alla deriva autoritaria che sta prendendo piede in Occidente. Pensa che mia mamma, tutto questo, non lo sente: per lei è inconcepibile che i problemi mondiali, che pure a un altro livello la preoccupano e su cui si informa, entrino davvero nelle nostre vite private. La sua, del resto, è un’altra generazione: una a cui, per la maggior parte della vita, è andato tutto sempre meglio. Poi c’è un altro fatto, che menzioni anche tu: la frequenza delle notizie che deriva dall’esser sempre connessi, e la consapevolezza, quasi insostenibile, che viene da questa enorme mole di informazioni, che non fa che pioverci addosso. Come si fa a vivere bene con tutto questo, a goderci la vita, il che io ritengo sia un dovere, se appena possiamo, considerata anche la nostra scadenza limitata? Non c’è un sistema unico per tutti. Io, quando ho più paura – come per esempio durante il lockdown – devo disconnettermi dalle informazioni di attualità per gran parte del tempo, limitare quantitativamente lo spazio che si prendono dentro di me, per non sentirmi paralizzata e poter vivere. Voglio distrarmi e stare allegra, prendermi tutto quel che posso, ancora di più quando penso che potrebbe finire da un momento all’altro (il che poi, se ci pensi, è vero sempre). C’è invece chi ha bisogno di informarsi molto, entrare dentro alle questioni e sentirsi tanto più partecipe, quanto più la situazione è grave. Ma non sono che due facce della stessa medaglia, credo: due modi di resistere. Ho fatto questo pensiero mentre guardavo il film bellissimo che credo costituisca la miglior cura per te: “Cabaret”, di Bob Fosse, del 1972, scritto da Jay Presson Allen e basato sull’omonimo musical teatrale sceneggiato da Joe Masteroff, con musiche del duo formato da John Kander e Fred Ebb (quelli di “Chicago”, ma anche di “New York, New York”). Questo musical derivava, a sua volta, da due opere letterarie, la commedia “I Am a Camera” di John Van Druten, del 1951, e il romanzo “Addio a Berlino” (“Goodbye to Berlin”) di Christopher Isherwood, del 1939. In “Cabaret”, ambientato nel 1930, vediamo la cantante americana Sally Bowles – una Liza Minnelli che definirei monumentale – vivere gran parte della sua vita all’interno del Kit Kat Club, un locale notturno di Berlino, in cui si esibiscono gli artisti più vari e spregiudicati.

Sally: Immagino che ti stia chiedendo cosa ci faccia io a lavorare in un posto come il Kit Kat Club.

Brian: Be’, è un posto piuttosto… insolito.

Sally: Sono io, tesoro. Posti insoliti, storie d’amore insolite. Io sono una persona decisamente strana e straordinaria.

Al club vige la massima libertà di costumi e nella vita di Sally scorrono fiumi di champagne, mentre lei si divide sentimentalmente tra il timido studente Brian (Michael York) e il ricco barone Max (Helmut Griem), che condivide con Sally l’edonismo sfrenato e, a differenza sua, dispone di denaro da scialacquare nel lusso. A un certo punto anche Brian e Max diventano amanti, e il trio vive in un mondo tutto suo, in cui ci si diverte e si vive rigorosamente alla giornata. Attorno a loro, l’ascesa del partito nazista, disprezzato soprattutto da Brian, ma che sembra toccarli appena, nonostante due amici ebrei di Sally e Brian – Natalia (Marisa Berenson) e Fritz (Fritz Wendel) – comincino a sperimentare problemi e minacce, inconcepibili fino a poco tempo prima. Secondo Max, i nazisti sono solo una banda di teppisti stupidi, anzi, lui crede che serviranno almeno a proteggere i suoi privilegi dalla minaccia del comunismo, e poi “sapremo come tenerli a bada”. Ma nel finale, mentre il “Master of Ceremonies” del Kit Kat Club (Joel Grey) canta del cabaret come rifugio gioioso, le pareti a specchio del locale riflettono la fascia con la svastica che due uomini nel pubblico portano sul braccio. Per quanto ancora scorrerà lo champagne e si potrà vivere in libertà? Eppure, cara Stefania, gli “strani”, gli artisti, coloro che come Sally si definiscono “perdenti”, ma intanto sanno muoversi leggeri nelle giornate come nessuna persona potente o noiosa potrà mai… hanno sempre trovato il modo di stare vicini, di unirsi, se non altro perché è solo così che si riesce a godersi davvero la vita. Non so se ti ho dato una risposta giusta, o, almeno, quella di cui hai bisogno: tu guarda “Cabaret” e poi, se vuoi, fammi sapere!

Un abbraccio e a presto, tua

Cinema Fermo Posta


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