Cara Cinema Fermo Posta,
quando guardavo al futuro mi vedevo in carriera e felice, ora pensando al passato so di aver avuto e riconosciuto tante occasioni, anche disarmanti nella loro evidenza, ma sono rimasto paralizzato a guardare. Il presente trabocca di inezie, riuscirò a smettere di occuparmene?
Lucio
Caro Lucio,
ho cercato di analizzare la tua lettera a diversi livelli. Il primo è quello della felicità illusoria di quella che chiamiamo “carriera”: anche qualora si rientri in una delle fortunate, sebbene meritevoli, minoranze di lavoratori che fanno davvero qualcosa – per gli altri, per la società, per sé, almeno – e che amano il proprio lavoro… anche se si è uno di loro, si è felici grazie alla carriera? Nel mondo che ci è toccato in sorte, questo è molto difficile; se non altro, per il sistema economico e sociale nel quale questa carriera, per quanto illuminata, è, per forza di cose, inserita. Piuttosto, si riesce a rendersi utili e si è felici per questo nonostante il carattere generale delle carriere. Poi saliamo a un livello superiore: che cos’è, per te, la felicità? Non soltanto nella società contingente, voglio dire. Da sempre, gli artisti – letterati, pittori, musicisti – hanno parlato e parlano della felicità come di qualcosa di assoluto, perfetto, inafferrabile; ricordano la felicità passata, o agognano a quella futura, non ne descrivono mai una presente. Ti sto forse dicendo che la felicità non esiste? Giammai: tale affermazione andrebbe contro tutto ciò in cui credo, e sarebbe in assoluta contraddizione con il senso di questa rubrica. Ti sto dicendo, invece, che forse tu la idealizzi, questa felicità. Questo te “in carriera e felice”, che ti vedi davanti come in un film… non so, non mi sembra un personaggio tanto realistico. Allora cambiamo film, così veniamo finalmente al mio consiglio: “La vita è meravigliosa” (“It’s a Wonderful Life”, 1946) di Frank Capra, basato sul racconto “Il regalo più grande” (“The Greatest Gift”, 1943) di Philip Van Doren Stern. Il film si apre sulla Vigilia di Natale del 1945, quando il protagonista, George Bailey (James Stewart), è tanto disperato da volersi togliere la vita, gettandosi da un ponte. Il motivo è un tracollo economico improvviso, ma tutta la sua vita è stata una serie di rinunce a quella che George ha sempre ritenuto essere la felicità piena che desidera. In quella tragica Vigilia di Natale, tutto il paese prega per lui, e allora San Giuseppe – eh sì, lo so: è un film, Lucio – incarica Clarence Odbody (Henry Travers), angelo di basso rango sprovvisto di ali, di salvarlo, in cambio, per l’appunto, di un paio di ali. Ora per favore non chiedermi di spiegarti le strutture gerarchiche del Paradiso e se le ali siano come i galloni per i militari, non sottilizziamo, caro Lucio. Comunque, San Giuseppe – di cui sentiamo solo la voce, di Joseph Granby – fa a Clarence un riassunto della vita di George Bailey fino a quel punto. Da giovanissimo, George desidera a tutti i costi lasciare Bedford Falls, la sua cittadina, ma, quando suo padre Peter (Samuel S. Hinds) muore, abbandona i suoi progetti e rinuncia agli studi universitari per mandare avanti la ditta di costruzioni di famiglia, messa su dal padre allo scopo di offrire case a un prezzo onesto ai propri concittadini. Quando sta di nuovo per partire per una nuova vita, lasciando la ditta nelle mani del fratello Harry (Todd Karns) – che nel frattempo, grazie a lui, ha potuto studiare e laurearsi – deve rinunciare perché Harry si sposa e accetta un impiego presso suo suocero. In seguito, è quasi pronto ad andarsene per cercare fortuna quando si innamora di Mary Hatch (Donna Reed), la sposa e rimane in paese per stare con lei, con cui in seguito ha tre figli. Intanto George procede bene nel lavoro, e il milionario Potter (Lionel Barrymore), suo concittadino e rivale in affari spietato e speculatore, che possiede mezza città, non riesce a spuntarla contro di lui. Arrivati alla fatidica Vigilia di Natale, però, il vecchio zio di George, Billy (Thomas Mitchell) smarrisce ottomila dollari della società di famiglia, che rischia così di fallire. Potter, che per caso ha trovato la somma, si guarda bene dal restituirla e quando George, umiliato, va da lui a chiedere aiuto, glielo nega. È allora che George, disperato, decide di uccidersi, ma Clarence si mette di mezzo e fa in modo di mostrargli, come proiettando un film davanti ai suoi occhi, quel che sarebbe accaduto alle persone a lui vicine se lui, George Bailey, non fosse mai nato. È così che, guardando il suo mondo dall’esterno, George si rende conto dell’importanza della sua vita: come scoprirai con la visione, ha compiuto azioni eroiche – due vite sono salve solo grazie a lui – ma quel che lo convince di più del valore della sua esistenza sono i piccoli gesti quotidiani, la costruzione onesta di qualcosa in cui crede, l’affetto delle persone attorno. George Bailey non lo sapeva, ma è felice! Non ti racconto come il resto della vicenda che riguarda la ditta di costruzioni va a posto, ma l’unione tra le persone e l’aiuto reciproco sono alla base della risoluzione di tutto. Naturalmente questa è una storia di Natale, non solo come ambientazione temporale ma anche perché il racconto originale, “Il regalo più grande”, è basato sul Canto di Natale di Charles Dickens… Ma spero che possa aiutarti a guardare con una maggiore indulgenza al tuo presente traboccante di inezie: saranno poi tali? Ah, ultima cosa, anche se Cinema Fermo Posta è una rubrica votata a un inguaribile ottimismo, voglio specificare che questa di Frank Capra è sì una storia di Natale, ma ne traspare un forte radicamento nel suo presente storico che porta con sé una critica feroce del capitalismo, perfettamente valida ancora, se non di più, oggi. Pensa solo alla questione delle case… Questa commedia dal carattere fantastico, come del resto altre opere del grande regista che dipingono un’utopia, invita a sognare in grande per poter cambiare la realtà, non per fuggirne.
In bocca al lupo e un abbraccio forte, tua
Cinema Fermo Posta


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