Cara Cinema Fermo Posta,
ho un difetto che mi perseguita da sempre e che tento di nascondere per non sembrare un’idiota (non sempre riuscendoci): non riconosco le facce della gente. Gente che incontro dal vivo, gente che vedo in foto, attori o cantanti visti in tv, tutti. Il problema è chiaramente di origine genetica, visto che mia madre è anche peggio di me. Basta che una persona si tagli i capelli o li tinga, si levi la barba, si metta un paio di occhiali da sole… e niente, irriconoscibile. Vivo in un perenne imbarazzo. Mi ripresento a gente che conosco già, o faccio finta di niente e scopro che ho snobbato qualcuno che conoscevo. I miei amici lo sanno e si burlano di me da sempre. Uno in particolare mi tormentava con i video delle pop star: “dai, questa chi è?”. Non ne azzeccavo una. Il mio incubo peggiore era Christina Aguilera. Ma via, come fa a essere la stessa persona quella vestita da pin-up nel video di “Candyman” e la bionda con le treccine sudaticce di “Dirrty”? Impossibile, non ci credo, mi rifiuto. Spesso mi viene anche un pensiero inquietante: cosa succederebbe se assistessi a un omicidio? Se vedessi in faccia l’assassino e poi la polizia mi chiedesse un identikit… o, peggio, di riconoscerlo in mezzo ad altri? Io di sicuro manderei in galera un innocente. Una volta guardavo un film con il mio ragazzo: c’era un uomo innamorato di una donna, chiamiamola Jane. A un certo punto lui va a casa di lei, ma ad aprire la porta è la sorella gemella. Lei gli dice “dammi un bacio”, lui risponde “ma smettila, lo so che non sei Jane”. Io lì completamente confusa: perché mai stava succedendo quella scena? Perché lui specificava ad un’altra donna che sapeva che non era la sua Jane? Ho chiesto spiegazioni al mio compagno, che mi ha guardata basito e mi ha detto: “ma sono gemelle, non lo vedi?”. E no, io non lo vedevo.
Con affetto,
La tua affetta da prosopagnosia
Dr.ssa Margherita Barbuti, Specialista in Psichiatria
Cara Margherita,
qua bisogna curarti urgentemente, o non potrai mai dire, come il grande Groucho Marx: “Non dimentico mai una faccia, ma nel suo caso farò un’eccezione”, praticamente la mia frase preferita al mondo. Grazie per avermi dato occasione di citarla. In ogni modo, mi fa molto piacere che tu, da psichiatra, dopo esserti autodiagnosticata una sindrome precisa, per curarti ti sia rivolta a me, una cinematerapeuta: finalmente avete capito che i film sono il farmaco più potente di tutti. Nel tuo caso, dopo un lungo e dibattuto consulto tra me e me medesima (del resto non ho colleghi), ho deciso di andarci giù pesante con un film che, per prima cosa, ti confonderà le idee del tutto: sto parlando di “Quell’oscuro oggetto del desiderio” (“Cet obscur objet du désir”, “Ese oscuro objeto del deseo”, 1977), l’ultimo film di quel geniaccio di Luis Buñuel. La storia è quella della relazione tormentata di Mathieu (Fernando Rey) con una donna, raccontata da lui stesso in treno ai suoi compagni di scompartimento: un giudice amico di suo cugino, una signora borghese e sua figlia, uno psicologo nano (ecco perché impazzisco per Buñuel). La donna, di nome Conchita, tormenta Mathieu, provocandolo sessualmente e non concedendosi mai del tutto a lui, e tra loro si è creato un rapporto doloroso e a tratti violento: nell’assistere al suo svolgimento, lo spettatore o la spettatrice media – a differenza tua – noterà che Conchita è interpretata dall’attrice spagnola Ángela Molina in alcune scene e dalla francese Carole Bouquet in altre. Il cambio di attrice nel ruolo sottolinea il carattere ambivalente della donna, il cui comportamento misterioso e incostante mostra a momenti due sensibilità, e femminilità, molto diverse. Questo è un film che mi ha colpita, e turbata, molto quando ero ragazzina e che in seguito, da adulta, ho voluto riguardare, trovandolo bellissimo: sensuale, pieno di mistero, perturbante. Può darsi che lo straniamento di questa doppia interpretazione di un personaggio, che ti mostra come, in certi casi, una singola persona possa avere in effetti due facce diverse… ti guarisca definitivamente dalla tua sindrome! O, quantomeno, ti porti a smettere di preoccupartene: Mathieu è confuso come e più di te, eppure non soffre di prosopagnosia, o sarebbe stato il film a risultare piuttosto confuso. Invece è un capolavoro. Buona visione e, mi raccomando, fammi sapere!
Un abbraccio, la tua affezionatissima
Cinema Fermo Posta


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