Cara Cinema Fermo Posta,
siamo alla frutta, soverchiati da ansia, timori e bassezze umane esposte, senza poterci consolare con la visione del fondo del barile. Siccome quindi condividiamo ansia e disagio, abbiamo bisogno di un momento di distrazione, di un film che sia una piccola finestra di respiro e che ci dia un attimo di tregua, di sguardo meno cupo da rivolgerci vicendevolmente con un barlume di sorriso.
Grazie in anticipo,
Baci,
Annalisa (a nome della collettività)
Cara Annalisa,
è bello che specifichi che ti piacerebbe potere, almeno, raschiare il fondo. E invece no, signore e signori: un fondo non c’è, a quanto pare. Ma per fortuna abbiamo l’opera immortale di Frank Capra: la tua è una lettera che necessita di un’utopia grande come una casa, e nessuno meglio di lui può servirtela. Questo geniale siciliano, espatriato negli Stati Uniti all’età di cinque anni con un viaggio in nave di quasi due settimane, ha girato tanti film pervasi da un ottimismo contagioso e visionario: forse perché la sua stessa vita è stata incredibile – in merito ti consiglio di leggere la sua autobiografia “Il nome sopra il titolo – La vita meravigliosa di un maestro del cinema” (1971, uscita in Italia per Minimum Fax solo nel 2016). Per te ne scelgo uno che, a differenza di altri, non ha scritto lui: “L’eterna illusione” (“You Can’t Take It with You”, 1938), basato sulla commedia omonima del 1936 di George S. Kaufman, vincitrice del premio Pulitzer. Per tanto tempo, Capra ha cercato una propria voce come sceneggiatore e ha studiato per trovarla, approdando a una serie di pellicole tutte affini tra loro, tutte meravigliose; eppure per me questa, con le battute di qualcun altro, è quella più bella e quella più “caprina”, se mi passi la scemenza. Difatti quando Capra, ormai già famoso, ha visto la commedia a teatro, ne è rimasto folgorato; credo perché ci ha ritrovato un’anarchia folle e una fiducia nella natura umana che sono anche le sue, ma, lo dico con tutto l’amore per questo regista unico… sono scritte meglio di quanto sia mai riuscito a lui. Ma veniamo a te: tutte le brutture del mondo che non solo esistono, ma, in questa epoca, sono come dici tu “esposte”, tanto da non permetterci di ignorare nessun dettaglio obbrobrioso, ti paralizzano. Hai bisogno di vedere un tizio che lavora in banca lasciare il lavoro per dedicarsi alla costruzione di cappelli a cilindro da cui escono coniglietti, ti serve sognare una comunità di artisti con talenti discutibili che tuttavia vive bene proprio perché li coltiva, ti fa bene ascoltare una sparata contro le tasse con una sua logica ineccepibile e passare un paio d’ore con un manipolo di matti con tanti passatempi ma “non così vuoti” come l’occultismo. Se non hai capito niente di quel che ho scritto non è colpa mia, è che devi guardare “L’eterna illusione” ed entrare nella casa dei Vanderhof, il cui capostipite nonno Martin (Lionel Barrymore) ti spiegherà tutto, così come fa con Tony Kirby (James Stewart), innamorato di sua nipote Alice, una Jean Arthur luminosa e geniale. A proposito, Frank Capra nella sua autobiografia racconta che Jean dava tutto nella prima ripresa e dopo, con tutta quell’energia così generosamente impiegata, non le rimaneva nessuna risorsa; così con lei bisognava sfruttare il momento per cogliere la sua intensità, tanto straordinaria e spontanea. Allora come è stato possibile lavorare con lei ai suoi massimi in un film come questo, dalle scene corali numerose e movimentatissime? È che lui ci credeva. Carissima Annalisa, spero di aver risposto bene alla tua richiesta e che questa cura sia adatta quantomeno a te, dato che sottoporre “la collettività” alla terapia mi sembra una pretesa eccessiva da parte mia. Fatti risentire presto!
Ti abbraccio,
Tua Cinema Fermo Posta


Lascia un commento