Cara Cinema Fermo Posta,
l’altro giorno mia figlia decenne è tornata tutta emozionata dopo aver visto il trailer di “Cime tempestose” con la sua migliore amica. “Mamma, dimmi tutto delle sorelle Brontë!” è una frase che qualunque appassionato di letteratura inglese sogna di sentir pronunciare dalla propria progenie, ma l’idea che Heathcliff e Catherine arrivino nella sua testa in questa forma un po’ pacchiana, eccessiva – con tutta la simpatia del mondo per Emerald Fennell – mi terrorizza: riuscirà ad accontentarsi delle atmosfere cupe e asfittiche, dei rami contro la finestra, di quella prosa che con pochissimo riesce a far deflagrare mondi o lei e la sua generazione dovranno contare sempre sul massimalismo per percepire, sentire, appassionarsi? Il film di certo non è adatto, è troppo piccola, ma ormai l’ho visto nei suoi occhi che il suo immaginario è stato segnato per sempre da quei pochi minuti. Sbaglio a preoccuparmi? Sono una grandissima babbiona?
Tua devota,
Cristina
Carissima Cristina,
grazie per questa tua bella lettera, che mi ha fatta molto ridere. Ho diverse considerazioni da fare in merito. Primo, io non ho visto questo nuovo “Wuthering Heights” di Emerald Fennell, ma dai fotogrammi che, purtroppo, non ho potuto schivare, così come dal trailer, mi viene da pensare che sia una gran cafonata. Secondo, diffido di Fennell da che ho visto “Una donna promettente” (“Promising Young Woman”, 2020), e quindi forse questa nuova trasposizione di quella meraviglia di romanzo di Emily Brönte, che amo molto, non la vedrò mai, per cui è meglio che ora la smetta di criticarla. Terzo, e qua entriamo nel vivo della tua richiesta, mi pare davvero presto per lanciarci nelle previsioni su quelli che saranno i gusti prevalenti della generazione della tua bambina, la stessa di mia nipote che ha due anni e mezzo e, per adesso, ha “Shrek” come idea suprema di bello, un fatto su cui peraltro non ho niente da eccepire. Il mio sogno è che, dopo la débâcle totale dell’eleganza causata dal proliferare delle immagini e dei filmati generati dalle intelligenze artificiali, si generi come un moto globale di rifiuto della bruttezza, si cancelli tutto e si ricominci da capo. Pensa se l’ideale estetico di queste bimbe e dei loro coetanei diventasse, per reazione, estremamente rétro: noi non possiamo che cominciare a lavorarci fin da ora, forzando la mano giusto un pochino. Perciò consiglierei alla tua prole o, se è presto, intanto alla sua mamma un bel classico della vecchia Hollywood che pare fatto apposta per rifarsi gli occhi: “Love Affair” (“Un grande amore”, 1939), con Charles Boyer e Irene Dunne, scritto da Delmer Daves e Donald Ogden Stewart a partire da una storia di Leo McCarey e Mildred Cram e diretto da Leo McCarey. Il pittore e famoso dongiovanni Michel Marnet (Charles Boyer) incontra la cantante Terry McKay (Irene Dunne) su di una nave e i due, entrambi impegnati in relazioni con altri, dopo un’iniziale simpatia condita di diffidenza si avvicinano. Scesi a terra, si lasciano dandosi appuntamento sull’Empire State Building sei mesi dopo. Non ti racconto altro, anche se temo lo spoiler del finale ti abbia già raggiunta in qualche modo, per colpa del celebre remake del 1957 di questo film, “An Affair to Remember” (“Un amore splendido”), con Cary Grant e Deborah Kerr, il quale – pur creato dallo stesso regista e dagli stessi autori – è un vero e proprio mélo, tant’è vero che è rimasto nell’immaginario collettivo praticamente come un generatore di lacrime: pensa solo alla scena di “Insonnia d’amore” di Nora Ephron in cui Meg Ryan e Rosie O’Donnell se lo sparano piagnucolando sul divano… ma non divaghiamo oltre. Io non sono un’amante del melodramma, salvo particolari eccezioni, e così, proprio a causa del film del 1957, fino a un anno fa mi ero persa la versione più brillante, leggera e raffinata di questa storia, ovvero questa meraviglia di “Love Affair”. Trovo sia la risposta perfetta per te: il bianco e nero, l’umorismo sofisticato, Irene Dunne vestita alla moda degli anni ‘30 da Howard Greer ed Edward Stevenson, l’accento francese di Charles Boyer, la sua voce, il ritmo e la sagacia delle battute, tutto in questo film congiura perché una vicenda strappalacrime sulla carta diventi una commedia dalla leggerezza di una piuma su pellicola, mentre la stessa storia, vent’anni dopo, sopravvenuto il colore e una mano più pesante, diventerà un caposaldo dei piagnoni al cinema. Penso che a questo punto avrai capito che cosa ti voglio dire, ma il messaggio ti arriverà con maggior efficacia solo attraverso la bellezza della visione. Perciò, nonostante l’inevitabile fastidio per il titolo italiano, cercati “Un grande amore”, che al momento sta comodamente su RaiPlay, e poi fammi sapere se, come spero, il fantasma cafone di Emerald Fennell sarà stato definitivamente spazzato via dalla tua vita dal vento che fa svolazzare i favolosi abitini di Irene Dunne sul ponte.
Sempre tua,
Cinema Fermo Posta


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