Cara Cinema Fermo Posta,
sono sempre stata sensibile alla bellezza, soprattutto quando associata alla fragilità. Forse è per questo che ho sempre amato Marilyn Monroe. Bambina abbandonata, donna sfruttata, eppure capace di custodire un sogno grande, più grande di lei. Ha vissuto in un’epoca — gli anni ’50 e ’60 — in cui l’emancipazione femminile veniva frenata da un conformismo dilagante. Decidevano i produttori chi doveva essere sullo schermo e in quale ruolo: lo stereotipo della “bella e un po’ sciocca”. Mentre lei desiderava sorprendere il pubblico con il suo talento. Fu la responsabile dell’agenzia per cui lavorava, quando era ancora giovanissima, a convincerla a decolorare i suoi capelli naturalmente castani. Le disse: “Le more vanno bene per poche tipologie di foto. Una bionda può fare qualsiasi cosa”. Mi aiuteresti consigliandomi un film di cui Marilyn potesse considerarsi soddisfatta?
Grazie,
Giovanna & The Raven Cat
Carissima Giovanna,
come sai anch’io sono sempre stata sensibile, fin da bambina, al fascino di Marilyn. In me, l’ammirazione della sua bellezza disarmante si è sempre accompagnata a una profonda simpatia, per la vuonerabilità di cui parli tu ma anche – in verità, soprattutto – per quell’autoironia intelligente che ho sempre avvertito nelle sue interpretazioni di donne belle, sensuali e, beh, cretine. Per questo, e per il tuo riferimento alla faccenda dei capelli, ho avuto la forte tentazione di darti, come consiglio, quella buffissima commedia musicale che è “Gli uomini preferiscono le bionde” (“Gentlemen Prefer Blondes”, scritto da Charles Lederer e diretto da Howard Hawks, 1953). Lo so a memoria, Marilyn nel personaggio di Lorelei Lee, una “bionda dentro e fuori” da manuale, è divertentissima, si esibisce nel mitico numero “Diamonds Are a Girl’s Best Friends” – poi ripreso e rivisitato mille volte, da Madonna nell’84 a Nicole Kidman in “Moulin Rouge” (Baz Luhrmann, 2001), fino a un esilarante Ryan Gosling nel corso della notte degli Oscar del 2024 – e poi ammetto che sono molto affezionata alla bruna intelligente della situazione, la Dorothy di Jane Russell. Ma ci ho pensato bene e, pur trattandosi di un bel film, non credo che Marilyn avrebbe scelto Lorelei come esempio di un’interpretazione di cui si riteneva pienamente soddisfatta. Non per colpa sua, ma per il modo in cui è stato scritto il personaggio, davvero tanto, troppo stereotipato. Allora ho pensato a Pola Debevoise, segretamente miope, che non indossa occhiali in presenza di uomini e non fa che sbattere contro le porte o fingere di leggere libri al contrario: sto parlando del personaggio buffissimo di Marilyn in “Come sposare un milionario” (“How to Marry a Millionaire”, Jean Negulesco, sempre del 1953), una commedia scritta talmente bene – da Nunnally Johnson, che ha basato la sceneggiatura su due opere teatrali, “The Greeks Had a Word for It” di Zoe Akins e “Loco” di Dale Eunson e Katherine Albert – e così vicina ai miei gusti, che la consiglio, beh, più o meno a chiunque! Solo che, se in “Gentlemen” c’era Jane Russell, qua su tutte e tutti spicca Lauren Bacall: la sua Schatze Page è la bellissima e geniale protagonista che, delusa in amore, architetta il piano alla base del film, applicando una tale razionalità alla sua missione da comportarsi in modo del tutto assurdo, prendere una cantonata epica e infine ottenere davvero quel che voleva per vie del tutto sentimentali e irrazionali. “Come sposare un milionario” va guardato soprattutto per lei, e non è possibile pensare che Marilyn lo avrebbe scelto come un film di sua piena soddisfazione come attrice. Mi piacerebbe raccontarti con calma anche di tutti gli altri ruoli di Marilyn che ho amato fin da quando ero piccolissima, dalla Chérie di “Fermata d’autobus” (“Bus Stop”, Joshua Logan, 1956) alla Ragazza (“The Girl”) di “Quando la moglie è in vacanza” (“The Seven Year Itch”, Billy Wilder, 1955), per non parlare di Zucchero (“Sugar ‘Kane’ Kowalczyk”) del capolavoro, sempre di Wilder, “A qualcuno piace caldo” (“Some Like It Hot”, 1959)… ma, cara Giovanna, così davvero la mia risposta non finirebbe più! Passo allora all’opera che, più la guardo, più mi fa sospirare, pensando al livello interpretativo e alla complessità del ruolo raggiunti da Marilyn al suo interno: “Gli spostati” (“The Misfits”, 1961), a mio parere apice della sua carriera. Scritto da Arthur Miller e diretto da John Huston, “Gli spostati”, racconto in bianco e nero nostalgico e struggente – ma non deprimente – vanta un cast di attori pazzeschi: oltre alla nostra, Clark Gable, Thelma Ritter, Montgomery Clift ed Eli Wallach. E il ruolo di ciascuno è scritto benissimo, sono tutte figure interessanti, ma la Roslyn di Marilyn non può che conquistare il cuore dello spettatore più di ogni altro, o almeno per me è così. In un mondo che va a morire per valori, costumi e atmosfera, Roslyn Taber e Gaylord Langland (Clark Gable), uno degli ultimi cowboy al mondo, s’incontrano e s’innamorano; non senza fatica, avendo entrambi alle spalle un divorzio e molte ferite sentimentali. Intorno a loro ci sono gli amici Isabelle (Thelma Ritter), Perce (Montgomery Clift) e Guido (Eli Wallach), che vagano avendo anche loro un po’ perso la propria strada, ciascuno a modo suo. Non voglio dirti troppo, e poi i temi e le suggestioni di “The Misfits” sono pressoché infiniti; aggiungo solo che si tratta di un film fatto di spazi aperti mozzafiato, solitudini interiori e anche, nonostante tutto, fiducia nelle relazioni umane. Alla fine, nonostante tutto, Roslyn e Gaylord riescono ad avvicinarsi in modo autentico. Ci si commuove e poi, inevitabilmente, si pensa al fatto che Marilyn Monroe e Clark Gable di lì a poco non sarebbero più esistiti, avendo lasciato questo mondo poco dopo la lavorazione del film, lui nel 1960 e lei nel 1962. “Gli spostati” è l’ultimo film di entrambi, e riguardo Marilyn, la cui vita è terminata a soli trentasei anni, mi fa sempre pensare alle interpretazioni che avrebbe potuto regalarci dopo. Da sette anni studiava con costanza all’Actor’s Studio e i risultati di questo lavoro, combinato con il talento naturale e la sua sensibilità profonda, sono evidenti nel suo ultimo ruolo, quella Roslyn, donna indipendente e conplessa, che finalmente ha reso giustizia allo spessore artistico di un’attrice fino ad allora identificata soprattutto come sex symbol nell’immaginario di tutto il mondo. Nel salutarti, carissima Giovanna, ti ricordo che ci terrò molto a sapere che cosa ne penserai di questo mio consiglio, e inoltre sono impaziente di leggere l’articolo su Marilyn Monroe che esce oggi all’interno della tua newsletter The Raven Cat.
Ti abbraccio, la tua affezionatissima
Cinema Fermo Posta


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