Cara Cinema Fermo Posta,
ti scrivo sull’onda di un “cri du coeur”, come dicono i francesi. Un moto di ribellione contro qualcosa che mi attrae e mi irrita al tempo stesso. Di che si tratta? Tieniti forte: l’armocromia. Ti spiego come sono arrivata a questo scatto d’insofferenza. Cominciamo da questa estate, quando ho provato per la prima volta la tinta a ciglia e sopracciglia. Non era mia intenzione. Sono stata inebetita dal volteggiare di un’estetista e ho detto “oui oui”. Mi è piaciuta. Dopo qualche tempo il colore perde intensità e ho deciso di rifare la tinta stamani, un bel sabato mattina croccantino, col sole e l’aria fresca di Parigi a settembre. Sono uscita dall’estetista con delle gloriose sopracciglia da Sandokan. Tornata a casa mi sono messa un bel rossetto rosso, pronta ad uscire di nuovo. Mi trovavo un po’ buffa e un po’ topolona. Ho quindi avuto la sciagurata idea di farmi un selfie cretino e di mandarlo a mia madre, cosa che non faccio quasi mai, a ragion veduta. Infatti la sciocca iniziativa mi è subito tornata indietro, come un boomerang persecutorio. Le sopracciglia della Malesia sono state bellamente ignorate, mentre mi sono beccata un “mi sembri un po’ assonnata” seguito da “ma quel rossetto extra rosso non lo hai ancora finito? Ma un bel beige/rosa/arancio?”. Voilà. Ora, al netto del complesso rapporto madre-figlia che i tuoi lettori coglieranno fra le righe, io ho voluto leggere questi pungenti commenti materni come sintomo del dilagare del prisma estetico dell’armocromia. Così, per attutire il colpo, mi sono dedicata a una brevissima analisi culturale. Oggi, invece di dire impietosamente “ti sta parecchio male” si può dire “bellissimo ma non è in palette”. Invece di dire “non mi piaci così”, si può fare un passo indietro, squadrare da capo a piedi e dire “super outfit ma i freddi li metterei più lontano dal viso”. Chi come me è bombardato di influencer armocromatiche su Instagram, capirà. Per tutti gli altri: stateci alla larga, è un sentiero insidioso. Finisce che si possono, con questa storia dell’armocromia, dare tanti ma tanti giudizi non richiesti in più. Consigli calibrati, salomonici, e squisitamente perfidi. Qualche consiglio cinematografico su come smontare artificiosi sguardi altrui?
Un grand merci,
Tua Primavera Chiara Soft
Cara Primavera,
che ridere questa tua lettera! Grazie. Certo che questo fenomeno di cui mi racconti è terribile: avevamo proprio bisogno di altri giudizi non richiesti, oltre a tutti quelli che abbiamo sentito fin da bambine… Nella tua lettera – la quale, ricordiamo, è scaturita da un cri du coeur – le estetiste volteggiano e l’aria è quella croccantina di Parigi (ho ben presente), perciò non credo ti stupirà scoprire che il film che ho designato come terapia d’elezione per te è un musical, ambientato proprio nella tua città: “Funny Face”, di Stanley Donen, del 1957 (in italiano purtroppo “Cenerentola a Parigi”). Jo Stockton (Audrey Hepburn) è una commessa di libreria timida, che entra in contatto col mondo della moda quando Maggie Prescott (Kay Thompson), editrice della rivista “Quality”, e Dick Avery (Fred Astaire), un fotografo che lavora per lei, realizzano un servizio nella sua libreria. Il volto e la figura di Jo sono fuori dai canoni di bellezza del momento, ma l’evidente fascino e l’originalità della ragazza colpiscono Dick, che le propone di diventare il volto della prossima campagna di “Quality”, ambientata a Parigi. Jo, che è una studiosa di filosofia e, in particolare, una seguace del professore parigino Émile Flostre (Michel Auclair) e della sua corrente filosofica, l’enfaticalismo, accetta l’ingaggio per poter andare a Parigi e conoscere il suo idolo, nonostante disprezzi la moda, che ritiene superficiale, e tutto ciò che le gira intorno. Fin dalla sequenza di apertura, ambientata nella redazione di “Quality” – che è poi la scena che mi è venuta in mente per prima leggendo la tua lettera – questo film è un’esplosione di colori, e l’estetica patinata delle riviste e delle modelle che vi lavorano viene contrapposta alla semplicità di una ragazza intellettuale e schiva come Jo, che veste spesso di nero: ti confesso che questa dicotomia suona un po’ troppo ingenua, nel film, nonostante alcune scene a tema che, credo, ti faranno molto ridere. Detto questo, quando Audrey finalmente abbraccia il ruolo di modella in tutta la sua frivolezza, senza per questo perdere minimamente la sua autenticità, si ha la soddisfazione di mandare a quel paese i noiosissimi canoni di bellezza: spero che questo ti induca a fregartene per sempre anche dell’armocromia e, soprattutto, dei commenti che se ne servono per veicolare, mascherandola, la perfidia. Infine, terapia a parte, c’è una scena in questo film che io amo follemente: è quella in cui i personaggi di Audrey Hepburn, Fred Astaire e Kay Thompson sono appena arrivati al loro albergo a Parigi e fingono, tutti e tre, una grande stanchezza, per potersi separare dagli altri. Subito dopo vediamo ognuno di loro correre a perdifiato da solo, su e giù per Parigi, per le strade e lungo la Senna, fino a che non arrivano ai piedi della Torre Eiffel, e allora scoppiano a ridere nel ritrovarsi e salgono insieme. Questo piccolo momento di godimento di Parigi in solitaria, che ognuno vuole ritagliarsi per sé, è il mio preferito del film. Poi mi farai sapere il tuo…
Un abbraccio, tua
Cinema Fermo Posta


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