Seconde possibilità/“Juliet, Naked”

Cara Cinema Fermo Posta,
come sai apprezzo molto il tuo progetto ed ecco la mia lettera, che crede e spera nel potere taumaturgico del cinema. Sono “diversamente giovane” almeno biograficamente, anche se non di cuore e meno che mai di mente. Due anni fa la mia vita è stata completamente stravolta. Il mio matrimonio è naufragato dopo moltissimi anni e due figli già adulti. Mi sono trovata senza marito, senza famiglia e con pochissimo lavoro, dato che l’avevo un po’ lasciato da parte, visto che il mio mondo lavorativo era completamente cambiato e non mi pareva il caso di rincorrere il lavoro per due lire (non avevo e non ho problemi economici). Continuo per fortuna a non avere problemi economici, ma ti assicuro che è stata durissima adattarmi alla nuova vita. Per un anno sono rimasta stordita, non dormivo, non mi capacitavo di quello che era successo. Mi buttavo in “tutto”, viaggi, uscite, in un turbinio che doveva servire a stordirmi, a non pensare. Ora riesco a vedere le cose in un’altra ottica. Non solo mi sono accorta che ho vissuto per gran parte della mia vita adulta con un uomo che non faceva per me, ma ne ho incontrato un altro che, invece, fa per me al 100% (be’, non esageriamo, facciamo al 90%). Mi sono rimboccata le maniche, ho bussato a diverse porte per recuperare un ruolo lavorativo che avevo lasciato indietro (con tutto quello che comporta in termini di orgoglio), mi dedico alle cose che mi piacciono. Continuo a viaggiare molto, perché il viaggio fa parte del mio essere, oltre che del mio lavoro. Ho coronato un sogno che avevo da tanto tempo e ho affittato per due mesi un appartamento in una città in cui ho sempre sognato di abitare. Ci andrò tra una settimana circa. Credo fermamente che per ottenere delle cose bisogna darsi da fare, e io l’ho fatto. Continuo a credere anche che c’è sempre una seconda possibilità, si può uscire dai tunnel, per quanto bui siano o sembrino. Anzi, una frase che ho letto mi è rimasta in mente: “è dalla ferita che può entrare il sole”. 

Con affetto, non mi firmo ma sai chi sono.

Anonima

Cara Anonima,
prima di tutto grazie, come sai mi fa davvero piacere che tu apprezzi questa rubrica. Il buffo della tua lettera è che effettivamente tu non sembri aver bisogno del potere taumaturgico del cinema (né di qualcos’altro), anche se è molto bello che tu ci creda. Prova a guardare la faccenda dal mio punto di vista: mi racconti di una crisi importante, avvenuta quando ti trovavi già in un’età non giovane – sebbene solo dal punto di vista anagrafico – e di come, nei due anni successivi, tu ti sia ripresa più che brillantemente. Al limite, la tua vita è pure migliorata, rispetto a quando eri sposata da lungo tempo con un uomo che non faceva per te, e, a quanto ho capito, anche riguardo il lavoro e, in generale, i tuoi interessi, lo sconvolgimento personale ha finito per smuoverti e renderti più attiva. Di più: l’impressione è che tu te la goda proprio, perciò, sebbene sia frequente – anzi, a ben guardare, accada quasi sempre – che tra le righe delle lettere che ricevo chi scrive, a un certo punto, mi riveli di sapere già la risposta al suo problema, magari inconsciamente, e io non faccia altro che provare ad aiutarla, o aiutarlo, a tirarla fuori e metterla in atto… con te mi sono trovata in difficoltà. Eppure. Una caratteristica che accomuna tutte le richieste di consigli che mi arrivano è l’irrequietudine, uno stato d’animo che io stessa – pur col mio spirito pigro e da placida vecchietta, che mi ritrovo da quando ero bimba – considero, come la noia, una benedizione. I periodi calmi in superficie durante i quali, interiormente, ci si sente inquiete sono quelli in cui viene incubata qualche grossa novità, è in atto un cambiamento, che sia interiore, esteriore o di entrambi i tipi, alla fine qualcosa finisce per succedere, e dopo non si è esattamente la persona di prima, ma una versione nuova di sé – non necessariamente snaturandosi, anzi. Poi ci si riassesta, ed è bellissima anche quella fase, di vera pace, nella quale si dorme un sacco, almeno nella mia esperienza (com’è bello dormire, e cadere nel sonno con un senso di pace). Questa alternanza la trovo salutare, almeno per me che amo la routine e però ogni tanto ho bisogno di ridefinirla. Tornando a te, secondo me non fai eccezione rispetto alle altre autrici, e agli altri autori, delle lettere che ricevo, e nonostante la constatazione di aver superato ormai un momento critico, ti trovi ancora in una fase irrequieta, di sommovimento interiore: mi pare che il tuo trasferimento temporaneo in una città in cui non hai mai vissuto indichi che stai ancora cercando qualcosa che non hai completamente messo a fuoco. C’è un film che mi piace molto, il quale racconta, con toni allegri e una gran leggerezza, di una noia foriera di cambiamento, seguita da una crisi e da una successiva fase di riorganizzazione, come dire, non del tutto mirata: “Juliet, Naked – Tutta un’altra musica” (“Juliet, Naked”, 2018) di Jesse Peretz. La sceneggiatura di questa commedia, di una grazia rara, è di Tamara Jenkins, Jim Taylor ed Evgenia Peretz, che sono brillantemente riusciti nel non facile compito di adattare il romanzo di Nick Hornby del 2009 da cui è tratta, per l’appunto “Tutta un’altra musica” (“Juliet, Naked”), uno dei miei preferiti dell’autore (di cui comunque mi piace tutto). Il film si apre sulla vita tranquilla di Annie – Rose Byrne, attrice fantastica di cui in questi giorni sto ammirando lo stile, una sorta di comica raffinatezza o raffinata comicità, nella serie “Platonic” – nella cittadina di mare Sandcliffe, in Inghilterra, dove si occupa del museo della storia locale un tempo gestito dal padre e convive con il fidanzato Duncan (Chris O’Dowd). Annie ha una quarantina d’anni e da qualche tempo sta cominciando a interrogarsi sulla vita che conduce, in generale, e più in particolare sul suo rapporto con Duncan, un nerd appassionato di musica che vive da sempre in gran parte assorbito da un vero e proprio culto per Tucker Crowe (Ethan Hawke), un cantautore americano rock “influenzato sia da altri compositori nordamericani come Bob Dylan, Bruce Springsteen e Leonard Cohen sia dal chitarrista Tom Verlaine” (qui cito Hornby). Tucker è diventato famoso nella seconda metà degli anni ’70 per poi scomparire improvvisamente dalle scene nel 1986, in circostanze misteriose, poco dopo l’uscita dell’album “Juliet”, derivato da una sua tremenda delusione d’amore. Un giorno, Duncan riceve un pacco da una casa discografica, contenente un cd con una serie di registrazioni inedite di Tucker, dal titolo “Juliet, Naked”, che scatena da subito un conflitto con Annie, la quale non solo lo apre per prima, ma ascolta le tracce del cd e le giudica di scarsa qualità. Furioso per l’affronto nei confronti del suo idolo e ovviamente estasiato dall’ascolto, Duncan reagisce in modo talmente scomposto a questa divergenza di opinioni da finire a letto con Gina (Denise Gough), una collega appena conosciuta, sostanzialmente soltanto perché lei sembra concordare con lui riguardo il valore di “Juliet, Naked”. Intanto, Annie scrive un messaggio anonimo sul forum di fan di Tucker Crowe frequentato quotidianamente da Duncan – sul quale lui ha già dato notizia delle registrazioni – in cui esprime molto francamente la sua opinione negativa sull’opera, e dopo breve tempo riceve un’email da… Tucker Crowe stesso, che le dà totalmente ragione sul giudizio. I due cominceranno una fitta corrispondenza. A partire da questa premessa, già di per sé esilarante (grazie Nick), si sviluppa il cambiamento di vita di Annie, che anche nel finale rimane una questione parzialmente aperta, anche se decisamente felice. Proprio il finale è stato il primo elemento che mi è tornato in mente leggendo la tua lettera, in particolare dove scrivi della tua imminente partenza per una città in cui hai sempre sognato di abitare, poi, pensando anche al film nella sua interezza, mi sono convinta che facesse proprio per te. Mi raccomando, fammi sapere!

La tua affezionatissima,

Cinema Fermo Posta


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