Il momento che scappa/“Boyhood”

Cara Cinema Fermo Posta,
dietro indicazione della mia amica V. e con il conforto della tua cassetta delle lettere sempre aperta eccomi a scriverti. Non so bene dove mi porterà la penna digitale con la quale scrivo adesso, ma so dove nasce la necessità di avere un titolo di un film che possa farmi annegare in due ore di benessere. Sono una donna che non si è mai identificata pienamente nei comportamenti femminili per eccellenza, ho due figli, un matrimonio con una persona che mi ama moltissimo e che spesso non ho saputo apprezzare fino in fondo. I miei figli sono molto giovani, ma io non tanto. Vivono entrambi, lui e lei, fuori dall’Italia. Noi genitori abbiamo lavorato da subito per aprire i loro orizzonti e tutti e due hanno scelto di prendere un bell’aeroplano con biglietto di sola andata, con ritorni per le ferie e i natali in famiglia. Personalmente ho avuto tutto, potrei morire domani e dire che ho vissuto cinque vite diverse e molto piene, vitali, allegre e dedite alle cose che mi piacciono. Non ho proiezioni sui figli, non ho aspettative dagli altri, lavoro per mantenermi e svolgo il mio lavoro con professionalità e il giusto distacco. Leggo, mi dedico ai miei progetti con riconoscimenti pubblici che mi gratificano. Mi sento vicina vicina all’equilibrio, arrivo a sera e mi abbandono sul divano con un bicchiere di vino in mano e brindo davanti a dei vecchi telefilm, con in mano l’ennesimo libro del mio Club del libro… non sento il bisogno di parlare con nessuno e mi basta così. Sogno di svenire su un lettino sotto l’ombrellone, allegramente ubriaca e andarmene così, per godermi il momento senza farlo scappare.

Ti ringrazio per l’attenzione,

M.

Cara M.,
il titolo della tua lettera, che riprendi nel finale, mi ha rivelato immediatamente il consiglio da darti. Una volta avuta l’illuminazione – un fatto che, ti confesso, comincia a capitarmi sempre più spesso – tutto il resto è andato magicamente a posto: la storia che mi racconti, il modo in cui me la racconti, lo spirito con cui vivi la tua vita… tutto è perfettamente in tono con il film che ti sto per prescrivere. Che poi è bellissimo! Va bene, ora smetto di tergiversare – è che mi emoziono – e te lo dico: sto parlando di “Boyhood”, uscito nel 2014, scritto e diretto da Richard Linklater, un regista che già è capitato su queste pagine virtuali, per la sua trilogia “Before”. Con quella aveva cominciato la sua sperimentazione con il tempo, ma non si era ancora buttato in un progetto audace, emozionante e visionario come questo! “Boyhood”, infatti, è stato girato nel corso di undici anni, dal 2002 al 2013, con gli attori che crescevano e si evolvevano nelle loro vite e parallelamente nel film, e lo stesso regista che maturava, intanto, il suo stile. Ma ci pensi? Qualcuno sarebbe potuto morire, o avrebbe potuto stufarsi; considera che Ellar Coltrane, l’attore che ha il ruolo del protagonista Mason Evans Jr., ha recitato nel film dagli otto ai diciannove anni di età. Con lui, da spettatori seguiamo anche le vite di sua madre Olivia (Patricia Arquette), di suo padre Mason (Ethan Hawke) e di sua sorella Samantha (Lorelei Linklater). Olivia, in particolare, oltre a sostenere più di tutti il peso delle responsabilità familiari, nelle sue professioni come in amore attraversa alti e bassi impressionanti, si ritrova a terra, studia, lavora su di sé, cambia, crolla di nuovo, si riprende: vive con grande intensità. Tu hai scritto: “potrei morire domani e dire che ho vissuto cinque vite diverse e molto piene, vitali, allegre e dedite alle cose che mi piacciono”, ti rivedo un po’ in lei. In generale, ogni volta che guardo “Boyhood” provo un benessere che è dovuto, mi pare, proprio alla pienezza della vita che il racconto di Linklater riesce a evocare. Non so se questo effetto che ha su di me sia dovuto alla genesi sperimentale, quasi miracolosa, del film o alla visione, entusiasta e vitale, del regista, probabilmente nasce da una combinazione delle due cose; in ogni modo, spero che funzioni anche con te, che risponda alla tua richiesta. Infine, una cifra di Linklater sono le chiacchiere con un sottotesto filosofico, ma casuali, senza pretese. Riguardo la bella conclusione della tua lettera, malinconica e vitale insieme, ti cito la battuta finale del film: “Sai quando qualcuno ti dice, cogli l’attimo. Non lo so, io invece credo che succeda il contrario: nel senso che è l’attimo che coglie noi”. Guarda “Boyhood” e pensaci.

Ti abbraccio,

Tua Cinema Fermo Posta


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