Un pomeriggio di metà settembre,
mentre torno a casa dal lavoro, lo intravedo in lontananza che cammina nella mia direzione. “Ciao” “Ciao” “Come va?” “Che ci fai da queste parti?” “Beh abito lì, sto tornando a casa dal lavoro”, indico il portone poco più avanti. Senza capirne il motivo sento che le mie gote diventano rosse, e mentre ci penso divento ancora più rossa in faccia. Lui mi sorride, e mi sembra che lo faccia perché ha percepito il mio imbarazzo. Dice cose che non ricordo, poi ci salutiamo e ognuno continua per la sua strada. I giorni seguenti continuo a pensarci, non ho il suo numero, lui non ha i social a parte twitter, sul quale abbiamo il reciproco follow. Vedo che lui posta sporadicamente qualcosa legato al suo lavoro. Io non posto niente da due anni. Dopo qualche giorno decido di mandargli una mail “Ti va un caffè?” Mi risponde subito, sembra molto contento di accettare l’invito. Ci eravamo conosciuti poco più di un anno prima a casa di amici comuni. Lui era ospite, non vive in Italia da diversi anni. La mia amica scherzando mi aveva anticipato “C’è questo collega di P ospite a casa nostra, non farci caso è un tipo strano. Sembra antipaticissimo ma non lo è, è solo disagiato”. Quando poi lo avevo incontrato mi era rimasto invece molto simpatico, mi facevano ridere le sue battute, la sua autoironia. Avevo notato che fosse complessivamente un ragazzo di bell’aspetto ma non mi aveva colpito più di tanto. Dopo quella volta lo avevo incontrato di nuovo altre due volte a distanza di qualche mese, avevamo chiacchierato un po’ di cinema, lui aveva idee molto poco condivisibili su un certo genere di film di bassa lega, a detta sua poco capiti in Italia e per questo bistrattati. Una delle ultime volte in cui ci eravamo visti, sempre a casa di questi amici, io avevo bevuto veramente troppo, ci eravamo messi a parlare io e lui incuranti dei nostri ospiti e tanto era fitta la nostra conversazione che non ci eravamo accorti che si fossero fatte le una e mezzo di notte e che ci volessero mandare a dormire. Arriva il giorno in cui avevamo fissato il caffè, parliamo per quattro ore seduti al bar. Ci scambiamo i numeri di telefono, ci salutiamo. Il giorno dopo sarebbe ripartito. Passano così il resto dei mesi: ottobre, novembre, dicembre. Ogni volta che lui torna ci vediamo. I nostri incontri sono sempre lunghissimi, e sempre più lunghi: ci sediamo a un bar, ordiniamo il caffè e stiamo seduti a parlare quattro, cinque, sei ore. Se uno dei due ha in mezzo un impegno, facciamo in modo di vederci comunque anche dopo l’impegno. Quando non ci vediamo ci scriviamo. Parliamo di film, di lavoro, ci raccontiamo le nostre storie famigliari. Ci raccontiamo. Io ci penso ogni giorno per quasi tutto il giorno, ogni cosa che vedo o che sento mi viene voglia di raccontargliela. A dicembre lui partirà per andare a vivere ancora più lontano e io lascerò la città per trasferirmi altrove. Dunque sappiamo che arriverà l’ultimo incontro, non diciamo nulla in merito, ma sappiamo che arriverà. Una sera decidiamo di andare a cena fuori, io ero in totale imbarazzo, mi sentivo un’imbranata che non è mai stata al ristorante con un uomo. Dico cose stupide, ridacchio da sola delle mie battute insipide, mi guardo da fuori e mi detesto, e più mi detesto più mi sento scomoda, storta, poco interessante, mi domando che ci facciamo lì. Ho come la sensazione che lui sia venuto a cena per marineria ma che non gli andasse più di tanto. Diventa tutto sbagliato, non abbiamo sintonia su niente. Anche lui mi sembra in difficoltà, o come se pensasse che nemmeno io volevo essere seduta a quel tavolo. Entrambi abbiamo una relazione da diversi anni, e questo invece che farci provare il brivido della cosa sbagliata, segreta, oscura e celestiale, ci mette a disagio. Finiamo la cena, è tardi, ci salutiamo. Torno a casa e mi sento esplodere da dentro. Sento le budella che mi si attorcigliano, vorrei scendere di corsa le scale, rincorrerlo, ma per dirgli cosa? Gli mando un messaggio: “avrei voluto baciarti”. Mi dice che sarebbe stato un problema, che la situazione è troppo complicata, che a quel punto non si potrebbe più tornare indietro e si creerebbero un sacco di problemi. Gli dico di no, lui mi dice di sì. Non mi scrive però se anche lui avrebbe voluto, e ad oggi per me rimane un mistero. Non è stata però l’ultima volta che ci siamo visti. Abbiamo passato un altro pomeriggio e un’altra serata. Il giorno in cui io ho lasciato la città, era il 14 di dicembre, quella è stata l’ultima volta. Mi aveva proposto di portarmi il pranzo a casa mentre finivo di sistemare le valigie. Ho optato per un pranzo fuori, di cui ancora conservo stupidamente lo scontrino. Ci siamo salutati, ci siamo abbracciati, mi ha ridetto poi “Ciao” afferrandomi l’avambraccio. Io ho guardato la sua mano mentre mi teneva, poi l’ho guardato e gli ho risposto “Ciao”. Quando ci siamo separati io mi sono voltata indietro, l’ho visto andarsene e sparire tra i portici, quegli stessi portici dove ci eravamo incontrati a settembre. Da lì abbiamo continuato a scriverci ma sempre più sporadicamente e per lo più sempre io. Ci penso ogni giorno, vorrei vederlo, anche solo per sederci a un bar e stare a parlare cinque ore.
Anonima
Cara Anonima,
quanto ti capisco! Voglio cominciare con una citazione: “Quando sei giovane, credi che ci saranno tante persone con cui instaurerai una connessione autentica. Più avanti nella vita, ti rendi conto che accade solo in una manciata di casi”. Chi sto citando? Ovviamente Julie Delpy in “Before Sunset – Prima del tramonto” (“Before Sunset”, 2004), il secondo – nonché mio preferito, nonché parigino – capitolo della fortunata trilogia “Before”, diretta da Richard Linklater e scritta dal regista con Delpy ed Ethan Hawke, i due protagonisti. Come probabilmente già sai, Delpy e Hawke – nei panni di Céline, francese, e Jesse, americano – nel corso dei tre film non fanno che camminare e parlare: passeggiano a Vienna in “Prima dell’alba” (“Before Sunrise”, 1995), dopo essersi appena conosciuti, ventenni, sul treno, si scarpinano sul “Coulée verte René-Dumont” di Parigi nove anni dopo, nel film di cui andiamo ora a parlare, e infine vagano tra i paesi di Kardamili e Kalamata, nel Peloponneso, in “Before Midnight” (2013). I personaggi, in tutti e tre i film, hanno l’età degli attori: la trilogia è la prima delle sperimentazioni di Linklater con il tempo, seguita dal magico “Boyhood” (2014), un progetto visionario realizzato nell’arco di dieci anni, un fatto che continuerà sempre a sembrarmi incredibile. Ma perché “Before Sunset” è il componente della trilogia che mi fa sognare, e mi ha fatto subito pensare a te? A Parigi, in libreria, Céline e Jesse si incontrano di nuovo dopo nove anni, durante i quali, per una scelta presa sull’onda del romanticismo su di un binario viennese, non hanno avuto alcun recapito l’una dell’altro. Tutte le parole intercorse in una notte dei loro vent’anni sono rimaste, nella loro memoria, tra il ricordo e il sogno; man mano che si parlano di nuovo, ormai adulti, e, come te e il tuo amico, si raccontano, si capisce bene che negli anni si sono idealizzati a vicenda. Ciò nonostante, continuano a trovarsi benissimo: sulla visione del mondo e sul linguaggio con cui la descrivono, insomma, sulla forma e sulla sostanza. Delle parole. Perché è di nuovo questo che fanno: parlano a raffica. Ma questa volta, nel delizioso appartamento parigino di Céline, molto bohémien – del genere dal costo non abbordabile per i comuni mortali – quello che era un sogno, alla fine, trapassa nella realtà. Come si troveranno, due persone unite da un’affinità che è della sostanza dei sogni, nel quotidiano? Se si vuole, si può scoprirlo nel film successivo; io l’ho fatto, e trovo che quella possa essere una versione plausibile dei fatti, ma certamente non l’unica, e non quella che preferisco immaginare. Penso che da spettatrici noi si possa pure semplicemente fermarsi lì, a casa di Céline, dove due persone ormai mature, ma ancora giovani, stanno per cambiare vita, e sognare il loro futuro come ci pare. Le persone come noi, cara Anonima, amano sia le parole che i sogni e sono determinate a integrarli nella realtà: ecco perché amiamo il cinema. Ed ecco perché il cinema ama la gente come noi, ed è pieno di personaggi che s’incontrano e si parlano e vagano sognanti per le città: tanto che per risponderti avevo l’imbarazzo della scelta. Quelle come noi sono anche, spesso, connesse tra loro dalle parole a distanze impensabili: se ci pensi, ora lo siamo pure io e te. E allora voglio rimanere una sognatrice come Linklater coi suoi progetti folli e dirti di lasciare una porticina aperta alla possibilità di trasferire il tuo sogno nella realtà: Céline e Jesse lo hanno fatto, e abitavano in continenti diversi, e lui era pure sposato con un figlio! Non posso mentirti: le parole, i sogni, il cinema possono entrare nella realtà e fartela vivere mille volte più intensamente; quantomeno per me, negli sporadici casi in cui è accaduto, è stato così. Ricordati però anche che quelle lunghe e magiche conversazioni dicono molto più di te, del tuo modo di essere e dei tuoi desideri che dell’altra persona, il protagonista dei tuoi sogni che non conosci nella concretezza del quotidiano. Guardati “Before Sunset” e poi pensaci.
Un abbraccio forte,
Tua Cinema Fermo Posta


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