Cara Cinema Fermo Posta,
spero tu ti predisponga ad ascoltarmi senza giudizio morale alcuno, perché ahimé, gli ultimi anni delle mie vicende sentimentali mi hanno ormai collocata nel ruolo insopportabile di donna che attrae (o è attratta da, il confine è labile) sempre uomini impegnati, soprattutto sposati con prole. Come spiegarti quel sottile piacere di sedurre un bravissimo padre di famiglia che ha ormai chiuso a chiave in soffitta il desiderio e ogni sua possibile declinazione? È una situazione che presenta innumerevoli vantaggi per una donna come me che ama l’amore ma anche la libertà, la seduzione e il proibito. Sembra un copione che ormai mi segue anche quando me ne sto buona al mio posto, come è successo in questi mesi: amica mi presenta il suo nuovo fidanzato, e lui inizia subito una sorta di impacciato corteggiamento nei miei confronti. Il che mi lusinga, certamente, ma come credere ancora nell’amore in tutta questa danza di tradimenti incrociati? Io che ho sempre avuto paura di essere tradita, ho trovato forse l’unico modo per vincerla: essere io l’amante.
Chiedo uno spiraglio a te e al cinema per addolcire questi amari copioni, in attesa del coraggio di superarli.
Pink Moon
Carissima Pink Moon,
con me puoi stare tranquilla: il giudizio morale è bandito da questa rubrica per decisione insindacabile della sua unica proprietaria, nonché Regina, ovvero io. Con la mia prescrizione voglio anzi tenermi ben lontana da un intento terapeutico che “normalizzi” le tue prossime relazioni, una cura cioè che vada nella direzione di ridurti al modello di coppia tradizionale, o addirittura famiglia nucleare, che va tuttora per la maggiore. Non intendo nemmeno suggerire una ripetizione eterna del copione che tu descrivi, invece voglio dirigere il tuo sguardo su un’utopia, e il modo migliore è consigliarti un film che risale a un periodo storico in cui nemmeno si era mai sentito pronunciare il vocabolo “poliamore” (sulla cui etimologia peraltro nutro dei dubbi), eppure… Sto parlando di “Partita a quattro” (“Design for Living”), capolavoro di Ernst Lubitsch del 1933, scritto da Ben Hecht e basato sulla commedia omonima di Noël Coward. Il film racconta di Gilda Farrell (Miriam Hopkins), una donna libera che intraprende relazioni amorose parallele con due uomini, George Curtis (Gary Cooper) e Thomas Chambers (Fredric March). La vicenda si svolge con leggerezza, eleganza e ironia, e mentre assisterai al film ti chiederai, forse, come sia stato possibile distribuirlo con disinvoltura nelle sale: questo è perché, forse, tu come me sei abituata allo sguardo bigotto che non soltanto il cinema hollywoodiano successivo (qua ci troviamo in epoca pre Codice Hays), ma pure i film a noi contemporanei, gettano sulle relazioni. E non solo i film. Perfino quando si prende realmente in considerazione l’eventualità di relazioni non monogame, oggi, ci si affretta a definirle etiche, stabilendo una serie di regole che, se non sta a noi giudicare, secondo me abbiamo comunque il diritto di trovare un po’ noiose. Tornando a questa commedia di Lubitsch, ecco, con lui non ci si annoia mai: e se mai qualche moralista, nella tua vita, ti accuserà di non aver seguito le regole, di non aver tenuto fede alla parola data, da questa sceneggiatura potrai prendere a prestito una delle innumerevoli battute geniali, pronunciata dalla protagonista: “È vero che avevamo un accordo tra gentiluomini, ma, purtroppo, io non sono un gentiluomo.”
Buona fortuna e un abbraccio forte,
Tua Cinema Fermo Posta


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