Il tagliaunghie giapponese/“Secretary”

Cara Cinema Fermo Posta,
nella primavera del 2023 ho fatto un lungo viaggio in Giappone da sola. Un po’ per il mio uso perverso di Google Maps e un po’ per fiuto avventuroso, sono andata a catafottermi nel sud dell’isola di Shikoku, un posto parecchio sfanculato. Nel corso delle mie peregrinazioni sull’isola sono finita a Yusuhara, un villaggetto di prima montagna famoso per due cose: le costruzioni in legno di un famoso architetto e i samurai ribelli. Ma non ci perdiamo in dettagli.
Il fatto è che sono arrivata a Yusuhara con un bisogno impellente di tagliarmi le unghie dei piedi, che dopo due settimane di vagabondaggio stavano crescendo oltre la mia soglia di tolleranza. Grazie alla capillarità del commercio giapponese ho trovato un tagliaunghie sopraffino in una piccolissima drogheria, forse l’unica di Yusuhara. Questo tagliaunghie ce l’ho ancora, è bellissimo. Ben piazzato, calibrato perfettamente. Taglia le unghie come fossero burro. La parte metallica della leva è incassata in una plastica bianca, dura, setosa. Si sente la qualità. 
Dunque. Questa settimana purtroppo l’ho rivolto contro di me, proprio come la spada di un samurai, per punirmi e lavarmi di comportamenti poco nobili, sia in amicizia che nel lavoro. Ho espiato i sensi di colpa facendo un massacro di pellicine. Una visione poco edificante per un tranquillo giovedì sera, io sul divano con le dita grondanti e il tagliaunghie splendente e vittorioso, soddisfatto del suo terribile lavoro. 
Ora ho davanti a me il weekend per fare il mea culpa in senso inverso e giurarmi che cambierò e che lascerò in pace le mie unghie martoriate. Per sempre, o fino a quando il canto del tagliaunghie giapponese non mi farà di nuovo perdere la ragione. 

C’è speranza?

Ultima Samurai ‘88

Cara Ultima Samurai,
ammetto che a “come fossero burro” ho provato invidia per il tuo prodigioso tagliaunghie. Ti ringrazio molto per la tua lettera, così ben scritta, colorita, con un paio di pennellate cruente a sorpresa. Ma veniamo al tuo problema, che sembra risiedere nell’utilizzo punitivo dell’utensile contro di te: subito, leggendoti, ancor prima di finire, mi è balenato in mente “Secretary”, un film delizioso di Steven Shainberg del 2002, che io ho avuto la fortuna di vedere in sala e di cui sono un po’ innamorata da allora. La sceneggiatura, di Erin Cressida Wilson, è basata sull’omonimo racconto di Mary Gaitskill del 1988. La protagonista, Lee Holloway (Maggie Gyllenhaal) è una ragazza introversa, a disagio e fuori posto nel piccolo mondo in cui vive, che si provoca dolore fisico in vari modi, come ustioni e tagli, per lenire la sofferenza interiore. L’incontro con l’avvocato Edward Grey (James Spader) le permette pian piano di trasformare questa sua abitudine dolorosa e goffa in un gioco erotico-affettivo elegante e leggero, che le fa bene, la “guarisce” senza annullare o negare le sue ossessioni. Nel raccontare l’inquietudine umana e pure il dolore, “Secretary” è un film buffo, tenero, con tratti (e colori!) almodovariani e un finale decisamente ottimista: per rispondere alla tua ultima domanda.

Sperando che il mio consiglio ti sarà utile, ti abbraccio!

Tua Cinema Fermo Posta


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