Ciao Cinema Fermo Posta,
ti scrivo da una stanza che negli ultimi mesi si è fatta più grande. Era già lì, dentro di me. Una stanza silenziosa, costruita attorno a un’assenza antica: non aver avuto figli. Mia figlia si sarebbe chiamata Giulia. Quel vuoto lo avevo addomesticato. Ci avevo messo fotografie in bianco e nero appese alle pareti, un giradischi che suonava piano musica francese, e come soffitto avevo scelto un cielo stellato, di quelli che fanno sentire piccoli ma al sicuro. Era una malinconia abitabile. Sapevo dove sedermi. Poi papà se n’è andato. E la stanza si è allargata senza chiedere permesso. Le pareti hanno fatto un passo indietro. Il soffitto si è alzato. Il pavimento, a volte, sembra lontanissimo. Ci sono giorni in cui ho paura di camminare al centro, paura che il vuoto mi riconosca e mi chiami per nome. Paura di cadere dentro e diventare eco. Eppure, nello stesso spazio, sento qualcosa di vivo. Come se il suo cuore avesse trovato posto nel mio petto. Non come un ricordo, ma come un battito che si è sovrapposto al mio. Alcuni gesti sono diventati suoi senza che me ne accorgessi. Alcune passioni hanno cambiato colore. Quando faccio qualcosa che amava, è come se l’aria si facesse più densa, più piena. Continuo a vivere. Esco. Parlo. Rido anche. Non perché il vuoto sia sparito, ma perché l’amore che resta chiede di essere attraversato. Chiede di essere vissuto anche per lui. Forse questa stanza non si è allargata per farmi scomparire, ma per insegnarmi a respirare in modo diverso. Le pareti, allontanandosi, hanno creato spazio. E nello spazio entra più cielo. Più luce. E io, piano, resto.
Un abbraccio,
Barbara (Sempre, Sottovoce)
Carissima Barbara,
mi sono presa un po’ di tempo per rispondere alla tua bella lettera e ancora non so se ne sarò effettivamente all’altezza, ma tant’è, ti devo almeno un tentativo. Come capita quasi sempre proprio coi temi più grandi, mi pare tu ti sia risposta da sola nelle ultime righe, che vertono sul senso di abitare i tuoi vuoti e viverli. Non so come si faccia a ridefinire la propria interiorità in certi momenti chiave della vita, ma immagino che si passi per ricordi lontanissimi e sensazioni ancestrali. Per questo, da subito, quando ti ho letta mi si è palesato in testa un solo titolo, “The Tree of Life” di Terrence Malick, uscito nel 2011. Il cinema di Malick è un mistero che personalmente ho scoperto proprio a cominciare da questo film, che ho guardato a casa, da sola, e che mi ha subito inghiottita, quella voce sussurrata in sottofondo – ora mi viene in mente che tu, oltretutto, sei Sottovoce – mi sembrava parlasse proprio a me. Molto è stato detto e scritto da persone più competenti di me di questo epico racconto cinematografico che mette in relazione la storia del mondo con quella personale della famiglia O’Brien dagli anni ‘40 del ‘900 fino al 2010, con Jessica Chastain e Brad Pitt nel ruolo dei genitori e Sean Penn e Laramie Eppler in quelli dei figli Jack e R. L. da adulti. Personalmente – pur considerando questo film un piccolo miracolo per il suo linguaggio unico, quasi tattile, che da immagini e suoni va dritto alla pancia più che all’intelletto – ho qualche problema con la cornice abitata dai dinosauri, mentre trovo bellissima, precisa e insieme suggestiva, la parte psicologica e intimista. Proprio questa mi ha fatto pensare a te, un po’ banalmente anche per i tuoi riferimenti allo spazio emotivo, che può restringersi o allargarsi, dalla forma di una casa aprirsi a quella indefinita degli spazi aperti, il cielo, gli alberi, le distese di erba. La connessione con la natura messa in scena da Malick è qualcosa di unico, che effettivamente non so descrivere e non voglio nemmeno, nel film trovi già tutto. Se non lo hai già visto, quindi, te lo consiglio di cuore ma anche se lo conosci potresti godertelo particolarmente in questo momento. Oppure no: ti devo anche avvisare del fatto che ho sentito diverse persone definire questo film insopportabile da guardare, c’è stato pure un episodio davvero buffo quando è uscito in Italia, ovvero che in un cinema di Bologna il primo e il secondo tempo sono stati invertiti e alcuni spettatori che lo hanno visto in entrambi gli ordini… non hanno trovato alcuna differenza! Che dire? Mi piace sempre ricordare questo aneddoto, non cessa di farmi ridere, eppure “The Tree of Life” a me appare così semplice e lineare… beh, se vorrai mi farai sapere le tue impressioni!
Un grande abbraccio, tua
Cinema Fermo Posta


Lascia un commento