Quelle stupide, irresistibili quattro righe/“La signora del venerdì”

Cara Cinema Fermo Posta,
non è un bel periodo. Tutte queste notizie insopportabili che arrivano dal mondo ottenebrano la mia anima. Solo che un tempo i miei malesseri, se non guarivano, almeno erano resi tollerabili dalla scrittura. Ora invece non scrivo quasi più. Immaginerai quanto la notizia preoccupi il mondo letterario! Scherzo ovviamente. Sono io a essere preoccupata: la scrittura, per banale, insulsa e scorretta che fosse, era un balsamo per la mia anima. Non dico un capitolo di un romanzo o un intero racconto: bastavano quattro stupide righe su Facebook e già mi sentivo meglio. Ora non riesco a fare neanche quello. Quale strano potere terapeutico ha per me lo scrivere! Non so spiegarlo eppure è così. Ora la penna è immobile (o meglio, le dita sulla tastiera) e io soffro. L’unica consolazione è che ho ricominciato ad ascoltare la musica. E qui, non l’avrei mai detto, eccomi a celebrare il progresso tecnologico, che ti permette di ascoltare il brano che preferisci, nel momento che scegli, nel luogo che vuoi. Che incredibile opportunità! Ma non basta, quelle stupide quattro righe mi mancano troppo. Cara esperta, sono qui a chiederti aiuto: avresti un film che mi riavvicini alla scrittura? Certo, lo so, è una richiesta assai difficile. Ma ho grande fiducia nella tua smisurata conoscenza della cinematografia. Se proprio non trovi niente, anche un film che celebri il potere della musica di evocare sentimenti mi sarebbe di conforto. Lieve, ma pur sempre un conforto.

Grazie

Fiorella

Cara Fiorella,
prima di tutto, tu mi sopravvaluti. Ma, per fortuna, non è necessaria una conoscenza smisurata del cinema per scovare un film che parli del potere della scrittura. Ce ne sono un sacco che trattano la tematica, e si possono suddividere in vari filoni: per esempio, quello della corrispondenza – che, come puoi immaginare, è il più vicino al mio cuore, o non avrei preso da “Scrivimi fermo posta” di Lubitsch il titolo della rubrica – che comprende tante perle, come il mille volte citato (almeno da me) remake di Ephron “C’è posta per te”, ma anche, per dirne una, quella chicca di “84 Charing Cross Road”. C’è, poi, il sottogenere in cui i personaggi sono veri e propri scrittori, come, che so, “Stand by me”, “Misery non deve morire”, “Il fiore del mio segreto”, “Animali notturni”, ma pure, in definitiva, “Piccole donne”, nell’ordine sparso in cui mi vengono in mente. Infine, c’è un altro filone di cui vado matta, quello dei film sul mondo del giornalismo, e da questo attingo oggi per prescriverti un farmaco finemente mirato al tuo caso: “La signora del venerdì”, indimenticabile commedia di Howard Hawks del 1940. Seconda versione cinematografica della commedia teatrale “The Front Page” (1928) di Ben Hecht e Charles MacArthur, che sarà seguita nel 1974 dalla celebre terza versione di Billy Wilder, “Prima pagina”, “La signora del venerdì” è caratterizzata da una variazione importante, rispetto al testo originale e agli altri film: “Hildy” Johnson, la figura di reporter protagonista, è una donna. Lo sceneggiatore Charles Lederer ha trasformato Hildebrand in Hildegard, col risultato mirabolante di rendere la commedia ancor più divertente – facendo di Hildy (la meravigliosa Rosalind Russell) e Walter Burns (niente meno che Cary Grant) una ex coppia fresca di divorzio, oltre che ex dipendente e capo – senza intaccare minimamente lo spirito delle loro schermaglie, o quello del film in generale. Ci ho pensato a lungo, al perché questo cambio che sconfina nella commedia romantica funzioni così bene, e penso che – al netto del talento dei protagonisti e del regista – sia perché, in fondo, Hildy è una persona innamorata. Lo è, più di tutto, della scrittura dei suoi articoli: il suo è un amore totalizzante, irrazionale, sporco, scorretto, una forza che la allontana fatalmente dal vivere una vita convenzionale. E infatti lei ci prova sul serio, a sottrarsi a questa forza: divorzia da Walter, lascia il giornale e si avvia a spron battuto verso un futuro di brava casalinga e madre di famiglia, avendo accettato di sposare l’assicuratore Bruce Baldwin (Ralph Bellamy), un tizio un bel po’ più ordinario di quel pazzoide del suo ex marito, che è tanto inebriato dal potere della parola da averne fatto tutta la sua vita. Ma, in fondo, nemmeno lei – perdonami il termine, ma così fa più ridere – è normale: con l’aiuto di uno scoop improvviso che le capita tra capo e collo, la scrittura se la riprende, e così Walter. Venendo a te, carissima Fiorella, ho pensato che se stai attraversando una fase di allontanamento da una passione forte come la tua per la scrittura, hai solo bisogno di accettarla, questa fase, con la tranquillità che, prima o dopo, sentirai di nuovo il richiamo irresistibile di “quelle stupide quattro righe”: te lo dimostrerà Hildy/Rosalind, la quale, pur lottando, al contrario di te, per mollare quella maledetta macchina da scrivere, nel finale ci si ritrova incollata, come in trance, ridendo tra sé. Infine volevo dirti che, tu ci scherzi, ma i tuoi racconti, anche i tuoi piccoli stralci pubblicati su Facebook, a me mancano! Ragione di più per raccomandarti di seguire la mia terapia alla lettera.

Un grande abbraccio, tua

Cinema Fermo Posta


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